Interviste

Alberto Cairo

Fisioterapista per la Croce Rossa Internazionale in Afghanistan

Partendo dall’esperienza personale maturata da Alberto Cairo nei centri ortopedici afgani, l’intervista offre uno stimolante punto di vista sul rispetto dei diritti umani, in un paese dilaniato da anni di guerra e violenza. Il racconto degli ostacoli strutturali e culturali incontrati nella riabilitazione fisica e psicologica delle vittime delle mine, affiancato al problema delle discriminazioni nei confronti delle donne e dei portatori di handicap, conduce a una riflessione che investe, ben oltre i confini dell’Afghanistan, il problema dei diritti umani a livello globale.

Intervista a cura di Valeria Parisi per 3D Produzioni, adattamento di Claudia Mangano

L'emergenza delle mine antiuomo in Afghanistan

Da molti anni ormai lei lavora in Afghanistan per la Croce Rossa Internazionale. Come ha cominciato?

Ho cominciato molti anni fa il lavoro di riabilitatore per portatori di handicap. Mi occupo anche del loro reinserimento sociale. Prima in Africa con una Organizzazione Non Governativa italiana, poi mi sono trasferito in Afghanistan per puro caso. Volevo lavorare in un paese del Terzo Mondo, ma non necessariamente in Afghanistan. Mi sono messo in contatto con la Croce Rossa Internazionale, rendondomi disponibile a collaborare. Mi sarebbe piaciuto andare in Kenya. Una settimana prima della partenza, invece, mi hanno chiamato, dicendo: “Non è il Kenya, è l'Afghanistan. Va bene lo stesso?”. Ho detto di sì.

Come è nato il suo desiderio di curare i disabili nel Terzo Mondo?

È una domanda che mi pongono spesso: “Perché il Terzo Mondo? Anche qui ci sono persone che hanno bisogno”. Perché in quei luoghi il bisogno è ancora più evidente, ancora più tangibile. E poi mi piaceva l'idea di poter viaggiare.

Cosa l'ha spinta a rimanere in Afghanistan tutti questi anni?

La gioia, la soddisfazione che questo lavoro ti dà, e che ripaga tutti i momenti difficili. Gli insuccessi sono sempre numerosissimi. Ma sono passati diciassette anni e mi sembra di avere cominciato ieri.

Prima di diventare fisioterapista, lei ha frequentato la facoltà di Giurisprudenza. Cosa l'ha spinta a cambiare professione?

Sì, sono laureato in legge. Ero convinto che quella fosse la mia strada ed è una cosa che non rinnego assolutamente. Anzi, ne sono contento. Però, quando è arrivato il momento di scegliere cosa fare da grande, mi sono reso conto che mi rendeva più felice la fisioterapia: un hobby che ho sempre coltivato e che ho deciso di fare diventare il mio lavoro. Ho chiuso la laurea in Giurisprudenza in un cassetto e mi sono iscritto a una scuola di fisioterapia. Sapevo che questa attività mi avrebbe dato la possibilità di viaggiare, di avere un'esperienza in un luogo difficile.

In che senso l'Afghanistan è un posto difficile?

È un posto estremo dove tutto è esasperato. Nel bene e nel male. Gesti di grande generosità, gesti di egoismo bieco. Situazioni difficilissime dal punto di vista economico-sanitario. Sono paesi dove le cose più semplici possono diventare complicatissime. E l'Afghanistan è uno dei tantissimi luoghi in queste condizioni. Niente può essere dato per scontato e tutte le volte che uno pensa: “Beh, adesso ho trovato la soluzione, forse ce la faccio”, si rende conto di sbagliare. Io continuo a sbagliare, nonostante i miei diciassette anni di esperienza. Magari un po' meno di prima, recupero più in fretta. Ma gli sbagli sono ancora tanti.

Ha visto un Paese in guerra per quanti anni?

Sono arrivato nel 1990, e allora il regime al potere era quello del dottor Najibullah: un'eredità dei Russi che se n'erano appena andati. In realtà di Russi ce ne erano ancora tanti ma operavano di nascosto. In quel periodo i mujaheddin che attorniavano Kabul e le grandi città avevano già preso le campagne. Cercavano di conquistare il Paese per mettere fine all'era comunista. Bombardavano tutti i giorni e le mine erano ovunque. Ogni giorno arrivavano persone mutilate. Quando nel '92 hanno preso l'Afghanistan, pensavamo tutti che la guerra sarebbe finita. Invece i mujaheddin hanno cominciato a combattersi fra loro, ed è iniziata la vera guerra civile. Per molti aspetti la situazione si è aggravata ancora di più.

Questo è il mio quinto regime e spero che, con alti e bassi, si arrivi a una situazione migliore. Ma non è un buon momento. Quello che la gente sperava di ottenere velocemente, dopo la caduta del regime talebano, non si sta avverando quasi per niente. C'è un grosso malcontento e la situazione è nuovamente difficile.